

194. L'ONU diventi una famiglia di nazioni.

Dall'intervento di Giovanni Paolo secondo all'assemblea generale
dell'ONU, in Avvenire, 6 ottobre 1995.

Uno dei caratteri distintivi del pontificato di Giovanni Paolo
secondo  stato la costante difesa dei diritti umani, che si 
concretizzata in frequenti denunce dei gravi squilibri fra il Nord
e il Sud del mondo e in ripetute iniziative a favore della pace
fra i popoli. Questi temi sono stati al centro dell'intervento del
pontefice all'assemblea generale dell'ONU, nell'ottobre del 1995,
in occasione della celebrazione del cinquantenario della nascita
dell'organizzazione internazionale. Di quel discorso  riportiamo i
passi in cui il pontefice, dopo aver condannato l'oppressione
politica e lo sfruttamento economico dei paesi pi potenti nei
confronti di quelli pi deboli, afferma che nelle relazioni
internazionali si deve imporre l'etica della solidariet,
sostenendo che questa non pu significare solo aiuto ed
assistenza, magari in vista di un tornaconto. A tal fine l'ONU non
pu limitarsi alla funzione di mediazione dei conflitti, ma deve
promuovere la diffusione di nuovi valori, tali che fra gli stati
si stabiliscano gli stessi vincoli che legano i membri di una
famiglia, nella quale non c' il dominio dei forti; al contrario,
i membri pi deboli sono, proprio per la loro debolezza,
doppiamente accolti e serviti.


La libert non  semplicemente assenza di tirannia o di
oppressione, n  licenza di fare tutto ci che si vuole. La
libert possiede una logica interna che la qualifica e la
nobilita: essa  ordinata alla verit e si realizza nella ricerca
e nell'attuazione della verit. Staccata dalla verit della
persona umana, essa scade, nella vita individuale, in licenza e,
nella vita politica, nell'arbitrio dei pi forti e in arroganza
del potere. Perci, lungi dall'essere una limitazione o una
minaccia alla libert, il riferimento alla verit sull'uomo -
verit  universalmente conoscibile attraverso la legge morale
inscritta nel cuore di ciascuno - , in realt, la garanzia del
futuro della libert.
In questa luce si capisce come l'utilitarismo, dottrina che
definisce la moralit non in base a ci che  buono ma in base a
ci che reca  vantaggio, sia una minaccia alla libert degli
individui e delle nazioni, ed impedisca la costruzione di una vera
cultura della libert. Esso ha risvolti politici spesso
devastanti, perch ispira un nazionalismo aggressivo, in base al
quale il soggiogare, ad esempio, una nazione pi piccola o pi
debole  contrabbandato come un bene, solo perch risponde agli
interessi nazionali. Non meno gravi sono gli esiti
dell'utilitarismo economico, che spinge i paesi pi forti a
condizionare e a sfruttare i pi deboli.
Sovente queste due forme di utilitarismo vanno di pari passo, ed 
un fenomeno che ha largamente caratterizzato le relazioni tra il
Nord e il Sud del mondo. Per le nazioni in via di sviluppo il
raggiungimento dell'indipendenza politica  stato troppo spesso
accompagnato da una situazione pratica di dipendenza economica da
altri Paesi. Si deve sottolineare che, in alcuni casi, le aree in
via di sviluppo hanno sofferto addirittura un regresso tale che
alcuni Stati mancano dei mezzi per sopperire ai bisogni essenziali
dei loro popoli. Simili situazioni offendono la coscienza
dell'umanit e pongono una formidabile sfida morale all'umana
famiglia. Affrontare questa sfida ovviamente richiede dei
cambiamenti sia nelle nazioni in via di sviluppo che in quelle
economicamente pi progredite. Se le prime sapranno offrire sicure
garanzie di corretta gestione delle risorse e degli aiuti, nonch
di rispetto dei diritti umani, sostituendo dove occorra, forme di
governo ingiuste, corrotte o autoritarie con altre di tipo
partecipativo e democratico, non  forse vero che libereranno in
questo modo le energie civili ed economiche migliori della propria
gente? E i paesi gi sviluppati, da parte loro, non dovranno forse
maturare, in questa prospettiva, atteggiamenti sottratti a logiche
puramente utilitaristiche e improntati a sentimenti di maggiore
giustizia e solidariet?.
S, illustri signore e signori! E' necessario che sulla scena
economica internazionale si imponga un'etica della solidariet, se
si vuole che la partecipazione, la crescita economica, ed una
giusta distribuzione dei beni possano caratterizzare il futuro
dell'umanit. La cooperazione internazionale, invocata dalla Carta
delle Nazioni Unite per risolvere problemi internazionali di
carattere economico, sociale, culturale o umanitario (art. 1, 3),
non pu essere pensata esclusivamente in termini di aiuto e di
assistenza, o addirittura mirando ai vantaggi di ritorno per le
risorse messe a disposizione. Quando milioni di persone soffrono
la povert - che significa fame, malnutrizione, malattia,
analfabetismo e degrado - dobbiamo non solo ricordare a noi stessi
che nessuno ha il diritto di sfruttare l'altro per il proprio
tornaconto, ma anche e soprattutto riaffermare il nostro impegno a
quella solidariet che consente ad altri di vivere, nelle concrete
circostanze economiche e politiche, quella creativit che  una
caratteristica distintiva della persona umana e che rende
possibile la ricchezza delle nazioni.
Di fronte a queste enormi sfide, come non riconoscere il ruolo che
spetta all'Organizzazione delle Nazioni Unite? A cinquant'anni
dalla sua istituzione, se ne vede ancora pi la necessit, ma si
vede anche meglio, in base all'esperienza compiuta, che
l'efficacia di questo massimo strumento di sintesi e coordinamento
della vita internazionale dipende dalla cultura e dall'etica
internazionale che esso sottende ed esprime. Occorre che
l'Organizzazione delle Nazioni Unite si elevi sempre pi dallo
stadio freddo di istituzione di tipo amministrativo a quello di
centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentano a casa
loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per cos dire,
una famiglia di nazioni. Il concetto di famiglia evoca
immediatamente qualcosa che va al di l dei semplici rapporti
funzionali o della sola convergenza di interessi. La famiglia ,
per sua natura, una comunit fondata sulla fiducia reciproca, sul
sostegno vicendevole, sul rispetto sincero. In un'autentica
famiglia non c' il dominio dei forti; al contrario, i membri pi
deboli sono, proprio per la loro debolezza, doppiamente accolti e
serviti.
Sono questi, trasposti al livello della famiglia delle nazioni,
i sentimenti che devono intessere, prima ancora del semplice
diritto, le relazioni fra i popoli. L'ONU ha il compito storico,
forse epocale, di favorire questo salto di qualit della vita
internazionale, non solo fungendo da centro di efficace mediazione
per la soluzione dei conflitti, ma anche promuovendo quei valori,
quegli atteggiamenti e quelle concrete iniziative di solidariet
che si rivelano capaci di elevare i rapporti tra le nazioni dal
livello organizzativo a quello, per cos dire, organico, dalla
semplice esistenza con alla esistenza per gli altri, in un
fecondo scambio di doni, vantaggioso innanzitutto per le nazioni
pi deboli, ma in definitiva foriero di benessere per tutti.
Solo a questa condizione si avr il superamento non soltanto delle
guerre guerreggiate, ma anche delle guerre fredde; non solo
l'eguaglianza di diritto tra tutti i popoli, ma anche la loro
attiva partecipazione alla costruzione di un futuro migliore; non
solo il rispetto delle singole identit culturali, ma la loro
piena valorizzazione, come ricchezza comune del patrimonio
culturale dell'umanit. Non  forse questo l'ideale additato dalla
Carta delle Nazioni Unite, quando pone a fondamento
dell'Organizzazione il principio della sovrana eguaglianza di
tutti i suoi Membri (art. 2, 1), o quando la impegna a
sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli, fondate sul
rispetto del principio dell'eguaglianza dei diritti e
dell'autodeterminazione (art. 1, 2)? E' questa la strada maestra
che chiede di essere percorsa fino in fondo, anche con opportune
modifiche, se necessario, del modello operativo delle Nazioni
Unite, per tener conto di quanto  avvenuto in questo mezzo
secolo, con l'affacciarsi di tanti nuovi popoli all'esperienza
della libert nella legittima aspirazione ad essere e contare
di pi.
Non sembri, tutto questo, un'utopia irrealizzabile. E' l'ora di
una nuova speranza, che ci chiede di togliere l'ipoteca
paralizzante del cinismo dal futuro della politica e della vita
degli uomini. Ci invita a questo proprio l'anniversario che stiamo
celebrando, riconsegnandoci, con l'idea delle nazioni unite,
un'idea che parla eloquentemente di mutua fiducia, di sicurezza e
di solidariet.
